Locuzioni Italiane dalla E fino alla F
- Eminenza grigia. Uno che, senza darlo a vedere, esercita un forte potere o controlla una situazione, soprattutto influenzando persone potenti (V. anche: Ninfa Egeria). Cosi' fu detto del frate cappuccino consigliere del cardinale Richelieu per il colore grigio dell'abito del suo ordine per analogia al titolo di "Eminenza Rossa" del Richelieu, che portava la veste purpurea propria della sua dignita'.
- Esser come il diavolo e la croce (o l'acqua santa). Due elementi inconciliabili, divisi da inimicizia e avversione per cui si escludono a vicenda. Come quella fra il cane e il gatto, tra suocera e nuora, è proverbiale l'inimicizia tra diavolo e la croce o l'acqua benedetta, cose usate anche per cacciarlo.
- Esser come il vaso di coccio tra i vasi di ferro. Il debole che deve contrastare coi più forti, o chi, senza difesa, si trova gomito a gomito coi
prepotenti (un po' l'inverso della "serpe tra le anguille": persona scaltra tra sempliciotti). Da una favola (Esopo, La Fontaine) d'un vaso di coccio che in un fiume, trovandosi vicino a uno di ferro, badava a tenere le distanze per evitare il peggio.
- Essere al verde. Non avere più soldi; essere corto di qualcosa (V. Essere in bolletta; Esser povere in canna). L'uso antico di tingere di verde il fondo delle candele, o fasciarlo con carta colorata per rendere più solida la parte di cera da inserire nel candeliere, sta probabilmente all'origine di questa metafora.
- Essere, fare come l'asino di Buridano. Restare indeciso nella scelta, particolarmente quando ci sono due possibilità (mancando le quali si dice: "Non saprei che pesci prendere, che acqua bere"). L'argomento dell'asino che, non riuscendo a scegliere tra due fasci di fieno, o tra il fieno e l'acqua, muore di fame, fu attribuito al filosofo medievale Giovanni Buridano oer illustrare una sua teoria filosofica.
- Essere in bolletta. Essere rimaste senza soldi (V. Essere al verde), trovarsi in una difficile situazione economica. la frase deriva dall'uso di esporre pubblicamente la lista dei nomi (bolletta) di coloro che erano falliti, cosa che, almeno in passato, equivaleva a non avere più un soldo.
- Essere in vena. Sentirsi nel pieno delle forze, dell'estro, nella condizione migliore per fare qualcosa. Probabile abbreviazione di "essere in buona (cattiva) vena", espressione che una volta indicava che il malato aveva (o meno) il polso regolare.
- Esser povero in canna. Esser poverissimo, quasi nell'indigenza, nella miseria. Si dice anche "Ridotto sul lastrico", "Povero come Giobbe" (V. Essere al verde). È una di quelle locuzioni sulla cui origine si fanno solo ipotesi, tutte insoddisfacenti.
- Far come quello che cercava l'asino e c'era sopra, o la pipa e l'aveva in bocca. Cercare inutilmente una cosa che è vicina, con riferimento a una novelletta di P. Bracciolini ove un tale cercava il suo asino credendolo smarrito, senza avvedersi che lo stava cavalcando.
- Fare fiasco. Fallire in un tentativo, non raggiungere lo scopo voluto, non riuscire. L'origine della locuzione è sconosciuta e nessuna ipotesi (dall'arte del vetro, dal teatro) è convincente.
- Fare gli occhi di basilisco. Fare gli occhi feroci, truci, per intemorire o in segno di furore. Da un pregiudizio degli antichi secondo cui il basilisco poteva uccidere l'uomo con lo sguardo.
- Fare gli occhi di triglia. Fare lo sguardo dolce, svenevole, mostrando d'essere innamorato. Si usa anche "Far l'occhio a pesce morto" o "fradicio" perché, nella morte, la loro pupilla diventa molto languida.
- Fare il diavolo a quattro. Fare strepito, gran facrasso e confusione. Quelle rappresentazioni medievali che, oltre alle altre figure, prevedevano la comparsa di quattro o più diavoli erano dette "grandi diavolorie", mentre le altre erano dette "piccole".
- Fare un (gran) cancan. Far gran chiasso, confusione; in particolare, riferito ad un avvenimento: sollevarvi intorno gran scalpore. Popolarmente la si riferisce spesso al movimentato ballo ottocentesco dallo stesso nome, mentre la parola è assai più antica, anche nel senso di "confusione" e deriva dal lat. quamquam "benché", congiunzione frequente nelle dissertazioni medievali, fatte un tempo in latino, che passò poi a indicare lunghe e noiose disquisizioni.
- Far la gatta morta, essere una gattamorta. Celare le proprie intenzioni, nascondere l'astuzia sotto una posticcia ingenuita' per fare piu' agevolmente il proprio interesse o cogliere meglio l'occasione, come faceva anche la "gatta di Masino", che chiudeva gli occhi per non vedere i topi. Esopo e altri narrano d'un gatto che fingeva d'esser morto per far avvicinare i topi e prenderli piu' comodamente.
- Far la pioggia e il bel tempo (o il buono e il cattivo tempo.) Esercitare un'influenza determinante su chi comanda o decide. Leggermente diverso da "Dettar legge" che vale sempre: esercitare direttamente e apertamente il potere. Probabile riferimento all'importanza che, nel decidere le imprese, s'attribuiva un tempo agli astrologi, i quali prevedevano anche le condizioni atmosferiche.
- Fare le cose alla carlona. far le cose alla buona, senza cura, abborracciando, cosi' come vengono. Carlo Magno fu detto re Carlone nella tarda stagione della poesia cavalleresca fu rappresentato come uomo bonario e anche non molto accorto.
- Far le parti del leone. In una spartizione prendersi tutto o quasi; dividere ingiustamente e a proprio vantaggio. Esopo e altri narrano che il leone divise intre parti il bottino d'una battuta di caccia fatta in societa' con altri animali, prendendosele poi tutte.
- Filo d'Arianna. Un elemento, una traccia che guida in un'intricata vicenda, in una situazione difficile, in un complesso problema, conducendo alla soluzione. Teseo, secondo il mito, dopo aver ucciso il Minotauro, ritrovo' l'uscita del laberinto grazie al filo datogli da Arianna, che egli aveva steso lungo il suo cammino.
- Furbo di tre cotte. Chi 'e straordinariamente astuto e raggiunge quasi l'apice della furbizia. traslato dalla lavorazione dello zucchero o di altre cose che si raffinano con cotture (cotte) successive, tre delle quali, in genere, bastano a raggiungere la perfezione.